“Watergate” Fifa: se la pausa per bere diventa un grande spot (e il calcio muore di sete)
Il miracolo della moltiplicazione dei pani, dei pesci e dei milioni
C’era una volta il calcio. Quello dei novanta minuti più recupero, della sofferenza tutta d’un fiato, del sudore che si asciugava sul campo e non tra le scartoffie dei pubblicitari. Oggi c’è la Fifa di Gianni Infantino, un’organizzazione che – davanti all’altare del dio denaro – riesce a compiere miracoli che la teologia ancora studia: trasformare due gocce d’acqua per dissetare i calciatori in una pioggia di miliardi di dollari. L’ultima trovata si chiama, con formidabile ipocrisia anglofona, “Hydration break”. Una pausa per l’idratazione, ci raccontano col volto contrito e la lacrimuccia per la salute degli atleti.
Peccato che, a conti fatti, l’unica cosa che si idrata davvero sia il conto in banca delle televisioni. Altro che sorsi di sali minerali: il calcio si è inventato i time-out all’americana. E costano come gli spot del Super Bowl.
Lo scandalo “Watergate” in diretta tv: se la pausa per bere diventa un grande spot
Per capire la portata del vicolo cieco in cui ci siamo infilati, basta guardare oltreoceano. Negli Stati Uniti, dove le partite vengono trasmesse da Fox, il pubblico è inferocito. L’Independent ha coniato un titolo che è un capolavoro di sintesi giornalistica: “Watergate”. Il gioco di parole è sublime ed evoca i fantasmi di Nixon, delle microspie e delle dimissioni del 1974. Cinquantatré anni fa si intercettavano i Democratici in un hotel di Washington; oggi si intercetta lo spirito del gioco per svenderlo al miglior offerente.
La farsa è andata in scena fin dalla partita inaugurale. Mentre l’ex calciatore Alexi Lalas – uno che ai tempi del Padova conoscevamo per i capelli lunghi da rocker e che oggi, in perfetto stile aziendalista, veste giacca d’ordinanza – definiva lo stop di Messico-Sudafrica come “la fine del primo quarto”, l’ex campionessa Carli Lloyd sbottava in diretta con un salutare: “La detesto”. Come darle torto? Durante quei tre minuti regolamentari di interruzione, la Fox ha mandato in onda così tanta pubblicità da sforare i tempi, facendo perdere ai telespettatori l’inizio delle azioni di gioco. Quando il business chiama, il pallone deve sgonfiarsi e aspettare.
Sei minuti di spot a prezzi da Super Bowl
Facciamo due conti, di quelli che a Zurigo sanno fare benissimo. La Fifa ha stabilito che le partite si fermino per tre minuti a metà del primo tempo e tre a metà del secondo. Totale: 6 minuti a partita. Moltiplicato per l’intero torneo, arriviamo alla bellezza di 624 minuti di black-out calcistico divisi in 208 interruzioni.
Secondo gli analisti di S&P Global, ogni singolo spazio pubblicitario all’interno di questi finti break medici può raggiungere cifre astronomiche: tra i 7 e i 9 milioni di dollari. Praticamente le tariffe del Super Bowl della NFL. Le televisioni avrebbero l’obbligo teorico di trasmettere solo 2 minuti e 10 secondi di reclame, lasciando i restanti secondi per inquadrare i giocatori. Ma la Fox, che già in passato aveva strappato i diritti del Mondiale 2026 a prezzo di saldo (500 milioni a fronte di un valore stimato di un miliardo e mezzo), se ne infischia.
L’unica eccezione di dignità arriva da Telemundo, canale in lingua spagnola, dove il giornalista Alejandro Berry ha orgogliosamente dichiarato:
“Noi non mandiamo in onda spot pubblicitari durante la pausa per idratarci. Unitevi a noi per godervi il football senza interruzioni”.
Su Telemundo, almeno, si vede la squadra in cerchio che ascolta il mister. Su Fox, il commentatore Ian Dark ha fatto persino ridere i polli esordendo al primo stop con un agghiacciante: “La pausa per idratarsi è alimentata da…”, dimenticando forse che a Città del Messico c’erano 23 gradi. Una temperatura da primavera inoltrata, non certo da deserto del Sahara.
Il “piccolo spazio pubblicità” che distrugge la tattica: se la pausa per bere diventa un grande spot
Se il portafoglio esulta, la tecnica piange. Ict di mezzo mondo sono sul piede di guerra. Mauricio Pochettino, allenatore degli Stati Uniti, è stato chiaro: “Mi va bene solo se le condizioni sono estreme, altrimenti è superfluo”. Ancora più duri Didier Deschamps e Roberto Martinez: tre minuti di stop spezzano il ritmo, distruggono il lavoro di chi sta dominando la partita e offrono un time-out tattico ingiustificato a chi è in difficoltà.
Nel 2014, in Brasile, i break venivano concessi solo se la temperatura percepita superava i 32 gradi. Oggi le pause sono obbligatorie anche negli stadi coperti e climatizzati. È la finzione elevata a sistema. Il calcio, lo sport più fluido al mondo, viene spezzettato, violentato e ridotto a un contenitore per vendere automobili e bibite gassate. Per dirla con Vasco Rossi, l’hanno trasformato in un “piccolo spazio pubblicità”. La maschera cadrà definitivamente dopo il Mondiale: vedremo se questa pagliacciata rimarrà come eredità per gonfiare i fatturati tv, cambiando il gioco più del VAR, o se tornerà nel dimenticatoio del baraccone americano.
Nel frattempo, tra un miliardo di dollari e uno spot di macchine fotografiche, l’unica cosa certa è che ci stanno scippando la passione.
Restiamo umani.





