Il calcio al tempo del “Watergate”: se la sete della Fifa vale più del ritmo del gioco
Ci sono pomeriggi in cui il calcio, quello vero, sembra un ricordo sbiadito, conservato sotto la polvere di vecchi almanacchi. Un tempo si giocava per novanta minuti, più qualche spicciolo di recupero concesso dalla generosità, o dalla severità, del fischietto di turno. Oggi no. Oggi il calcio si ferma, respira a comando e, soprattutto, fattura.
Il pretesto è nobile, ci mancherebbe: l’idratazione dei calciatori in un pianeta che brucia, con la colonnina di mercurio che sale e i Tropici che traslocano a Manhattan. Ma la sfumatura tra il soccorso medico e il business, si sa, a certe latitudini è sottile come un filo d’erba tagliato corto. Più che di salute, l’aria che si respira attorno ai campi del Mondiale profuma di qualcos’altro. Qualcosa che all’Independent hanno riassunto con un titolo che è già storia e letteratura giornalistica: “Watergate”.
Il rimando è a Nixon, alle microspie dell’hotel di Washington nel ’72, a quel giornalismo d’inchiesta di Woodward e Bernstein che fece tremare l’America. Qui la politica non c’entra, o forse sì, se intendiamo la politica del denaro. C’entra l’acqua (water), c’entra la sete, ma soprattutto c’entra il sospetto che dietro i tre minuti di stop concessi a metà di ogni tempo si nasconda il più colossale bluff commerciale del secolo.
Il calcio al tempo del “Watergate”. Il “piccolo spazio pubblicità” da prezzi del Super Bowl
La regola della Fifa parla chiaro, o almeno ci prova: tre minuti di sosta nel primo tempo, tre nel secondo. Sei minuti totali a partita che, moltiplicati per l’intero calendario del torneo, fanno la bellezza di 624 minuti di televisione scoperta. O meglio, copertissima.
Perché in quei sei minuti in cui i calciatori dovrebbero semplicemente reintegrare i sali minerali, i network americani hanno intravisto una miniera d’oro. Michael Johnson, analista di S&P Global, ha fatto i conti della serva: ogni singolo spazio pubblicitario all’interno degli “Hydration break” può raggiungere cifre da capogiro, tra i 7 e i 9 milioni di dollari. Roba che fino a ieri era riservata soltanto alla notte del Super Bowl, l’altare laico del consumismo statunitense.
Le direttive imporrebbero alle tv di occupare solo 2 minuti e 10 secondi, garantendo il rientro sulle immagini del campo prima della ripresa del gioco. Ma la carne è debole, e la televisione commerciale lo è ancora di più. La Fox, che con la Fifa ha vecchi conti di favore e diritti strappati a prezzo di saldo dopo il pasticcio del Mondiale invernale in Qatar, ha allungato il brodo. Risultato? Alla prima di campionato del mondo, i telespettatori si sono persi azioni di gioco, gol sfiorati e passaggi chiave perché lo spot di turno doveva finire.
“La pausa per idratarsi è alimentata da…”
Ha esclamato con un filo d’imbarazzo il telecronista Ian Darke durante la partita inaugurale. Peccato che a Città del Messico ci fossero ventitré gradi. Fresco, quasi ventilato. Eppure, si beveva lo stesso. O meglio, si vendeva lo stesso.
Il calcio al tempo del “Watergate”. La fine del primo quarto: l’anima del “soccer” contro il calcio nostrano
Il calcio è uno sport di flusso, di inerzia, di momenti impercettibili in cui una squadra schiaccia l’altra e il gol respira nell’aria. Spezzare questo flusso significa cambiare la natura stessa del gioco. Se n’è accorto persino Alexi Lalas, vecchia conoscenza del nostro campionato ai tempi del Padova, oggi commentatore Fox con i capelli corti e la giacca d’ordinanza che hanno preso il posto dell’anima rock di un tempo. Lalas, senza troppi giri di parole, ha definito lo stop di Messico-Sudafrica come “la fine del primo quarto”.
Una frase che ha fatto sobbalzare sulla sedia Carli Lloyd, leggenda del calcio femminile americano, che ha replicato con un briciolo di sana nostalgia: “La detesto”. La Lloyd difende il calcio; Lalas, forse inconsciamente, fotografa la realtà: il calcio si sta americanizzando, trasformandosi in una sequenza di frazioni utili a piazzare pop-corn e automobili in tv.
I tecnici, quelli che sul campo ci vivono e ci si giocano la panchina, masticano amaro:
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Mauricio Pochettino (Ct USA): “Mi va bene solo quando le condizioni sono estreme. Ma quando si sta bene, è superfluo”.
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Didier Deschamps (Ct Francia): “Cambia completamente il calcio. Magari una squadra è in un momento d’oro e tre minuti di stop fanno perdere il ritmo”.
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Roberto Martínez (Ct Portogallo): Condivide lo stesso timore: la sosta forzata spegne la luce a chi sta dominando.
Nel 2014, in Brasile, il time out era una cosa seria: scattava solo se la temperatura del bulbo umido superava i 32 gradi. Oggi è un obbligo burocratico che prescinde dal meteo. Diventerà, c’è da scommetterci, un’arma tattica per gli allenatori più scaltri, un modo per ridisegnare la squadra come si fa nel basket o nel volley. I cinque cambi avevano già modificato la geografia della partita, questi sei minuti di sosta rischiano di stravolgerla.
Telemundo e la resistenza romantica dei cerchi di centrocampo
In questo scenario di schermi invasi dai marchi commerciali, c’è chi prova a resistere, a mantenere un briciolo di dignità sportiva. È il caso di Telemundo, l’emittente in lingua spagnola, che ha scelto la via della diserzione commerciale. Il giornalista Alejandro Berry lo ha detto chiaramente agli ascoltatori:
“Noi non mandiamo in onda spot pubblicitari durante la pausa. Unitevi a noi per godervi il football senza interruzioni”.
Mentre la Fox incassa milioni mostrando automobili e bibite gassate, Telemundo lascia le telecamere accese sul campo. Inquadra i giocatori stanchi, i ct che disegnano schemi improvvisati con le mani, il sudore vero che asciuga sulla fronte. È l’unico modo per vedere cosa accade davvero in quel limbo di tre minuti.
La maschera, comunque, cadrà presto. Finito il Mondiale americano, capiremo se questo “Hydration break” è stato solo un soccorso termico per un’estate torrida o se diventerà la scusa perfetta per infilare la pubblicità ovunque, trasformando definitivamente il fischio dell’arbitro in un jingle commerciale. Per adesso, ci resta il dubbio e un pizzico di malinconia per quel calcio che aveva come unico padrone il tempo che scorreva sul cronometro.
Restiamo umani.





