Il vecchio Dick e il miracolo dell’isola che non c’era
C’è un momento preciso in cui il calcio smette di essere una faccenda di schemi, lavagne tattiche e sponsor miliardari, e torna a essere quello che era all’oratorio: una storia di uomini. Quel momento coincide con il mento che trema a Dick Advocaat. Ottant’anni vicini, una vita passata a masticare fango e gloria sulle panchine di mezza Europa, eppure eccolo lì, a inghiottire lacrime mentre le note dell’inno di Curaçao salgono verso il cielo del Mondiale.
Chi l’avrebbe mai detto, soltanto a febbraio? Il vecchio Dick aveva salutato tutti, chiuso la valigia e dato le dimissioni. C’era una partita troppo più importante da giocare, di quelle dove i gol subiti non si contano nei tabellini: la salute di sua figlia. Sembrava l’addio definitivo, triste e silenzioso, al primo storico Mondiale della piccola isola caraibica. Poi, a maggio, la notizia che raddrizza le gambe e il cuore: le condizioni della figlia migliorano, il peggio è alle spalle. Dick ritira le dimissioni, si rimette il cappellino e sale sull’aereo. Oggi è il commissario tecnico più anziano della storia della Coppa del Mondo, l’unico ad aver guidato tre Nazionali diverse in questa rassegna. Ma la statistica, davanti a quel pianto trattenuto a stento, è solo un numero freddo.
Sette schiaffi e un sorriso: l’orgoglio dei quattromila
Il vecchio Dick e il miracolo dell’isola che non c’era. I numeri di un miracolo caraibico
La cronaca, per chi si ferma al risultato, parla di un debutto da incubo: sette gol sul groppone all’esordio assoluto. Un punteggio che avrebbe steso un toro e fatto sprofondare chiunque nella vergogna calcistica. Ma non Curaçao. Come si fa a sorridere e persino a esultare dopo un passivo del genere? Si fa, se si conosce la geografia dell’anima prima di quella del pallone.
Parliamo di uno scoglio nell’oceano con 150mila abitanti in tutto. Praticamente un quartiere di una nostra grande città. In tutta l’isola si contano appena quattromila calciatori tesserati, compresi quelli che la domenica giocano con la pancia e le scarpe consumate. Eppure, questa banda di sognatori non è andata al Mondiale a fare la vittima sacrificale. Certo, la Germania è un colosso d’acciaio e alla fine ha imposto la legge del più forte, ma per lunghi tratti ha dovuto sudare, mordersi le labbra, fare i conti con l’incertezza e con la sfrontata resistenza di chi non ha nulla da perdere.
Il vecchio Dick e il miracolo dell’isola che non c’era. La scelta del cuore davanti alla TV
Per chi batte il vostro ferro?
Diciamoci la verità, senza pudori predicatori: mente spudoratamente chi dice di non aver tifato per loro, anche solo per un quarto d’ora, quasi per un riflesso incondizionato del cuore. Il calcio vive di queste asimmetrie, della fionda di Davide contro la corazza di Golia. Quando i piccoli reggono l’urto dei giganti, c’è una giustizia poetica che si compie sulle tribune e davanti ai televisori di tutto il mondo.
La favola di Curaçao va oltre il rettangolo verde, scavalca i sette gol della Germania e si siede lì, accanto a Dick Advocaat che ritrova la vita della figlia e la sua panchina. È una storia che profuma di panni stesi al vento, di speranze microscopiche e di una dignità immensa, che nessun tabellone luminoso potrà mai umiliare.
E voi, seduti in poltrona con la vostra birra fredda, per chi avete tifato davvero?
Restiamo umani.





