Un attimo prima di morire

Un attimo prima di morire è un avvenimento che io che scrivo e tu che leggi spediamo in fondo a qualche notte, lì dove termina tutto. Non ci si può preparare, accade, come qualsiasi cosa. Vediamo gente vivere, ma abbiamo visto anche gente morire.

Chi ha visto gli occhi di un uomo che muore, nella frattura tra il presente e il mai più, non può fare a meno di consegnare chi è al limite dell’estinzione a una superiorità morale assoluta, perché chi muore  finalmente conosce il segreto ultimo che a noi è precluso. Non importa se sia stato un farabutto o un onesto padre, l’uomo che muore assurge a uno stato superiore, è colui che sa la risposta. 

Da bambino ho visto qualcuno morire. Nell’istante appena precedente l’ho avvertito come al suo limite, in una zona che non è più luce ma nemmeno buio, qualcosa di sconsolato e terribile che si lascia infilare il sudario, che pare un animale ma anche un dio. Era nella zona della palude, dove a volere venirne fuori ci si inabissa, gli occhi aperti fino al possibile, per ingoiare tutta la stanza, i volti, i mobili cari, gli specchi che moltiplicano la vita. Ma lui sapeva che il trucco dello specchio non avrebbe funzionato questa volta, che ora assolveva l’altra sua funzione: la fissità.

Un attimo prima di morire sgrana l’ultimo rosario con le mani ma non ricorda più le sequenze dell’oratorio, le preghiere si confondono, una ruota nel cervello si smonta e il carro della memoria esce fuori strada. La sua infanzia e la sua vecchiaia diventano un’unica sostanza indistinta. Le donne o gli uomini amati tanto tempo fa semplici ammassi, l’uno sull’altro, senza più storie: Ornella, Maria, Stefano, Giulia, Riccardo diventano istanti, senza più sviluppo. Stanno lì, come un corteo, a vegliare chi va via. Si passano i respiri del moribondo, in una “staffetta” inquietante tra la vita e la morte.

La cifra ultima dell’agonia, ho imparato, è lo stordimento, le linee che s’incurvano, la memoria che collassa in un sogno confuso. A chi muore, per fortuna forse, è negata la possibilità di vedersi sparire in maniera lucida, di avvertirsi diventare niente o qualcos’altro.

In questa terra caduta nel tempo chi sta morendo ricorda che essa è destinata anche a cadere dal tempo, a disancorarsi finalmente dalla storia.  L’uomo sul letto ormai è a un passo dal liberarsi dalla maledizione del divenire, il mondo si frantuma in impercettibili note musicali. Dopo l’indicibile spavento il volto si ricompone in una luce insopportabile. Ha smesso di pensare il mondo, e il mondo se ne va con lui, dietro le sue pupille chiuse. Se ne va col suo segreto

Restiamo noi e la nostra ignoranza

Carlo Lettera
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Carlo Lettera

Carlo Lettera

Carlo Lettera, professore e scrittore, nasce a Napoli nel 1980. A 15 anni vince il premio internazionale “Nuove Lettere” e pubblica “Undicesimo grado scala Richter” a cura dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Ha curato varie rubriche per la rivista letteraria “Milena Edizioni”. La sua ultima raccolta di liriche dal titolo “A due centimetri” è stata pubblicata nel 2015. Questo la biografia per il mondo, quella manciata di dati che serve ad archiviare un’anima, a tenerla buona in qualche categoria. In realtà non so chi sono, rincorro le linee dell’inchiostro per scoprire se sanno dove sono, in quale nascondiglio. https://www.mondadoristore.it/A-due-centimentri-Carlo-Lettera/eai978886975056/ http://www.rivistamilena.it/2017/05/05/la-fatica-tra-etica-e-illusione/

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