Spalletti e il luogo inabitabile

Niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici“.

  Nel suo racconto “La spiaggia” Cesare Pavese consegna agli uomini una suggestione che per molti è verità, per altri sono un’incapacità di resistenza, il timore dell’impossibilità a ripetere la felicità provata. Attraverso questo atto di allontanamento volontario il “posto” amato cade dal tempo e sprofonda nel mito, per sempre sottratto alla furia di Crono divoratore. E’ un modo per avere alle spalle una felicità inattaccabile, proprio quello che serve nei momenti di tristezza e profonda delusione che il futuro riserva a tutti. Un piccolo tesoro, un risparmio a cui votarsi nei giorni di bufera.

Manzoni affermava che il regno del poeta inizia lì dove la cronaca si esaurisce. I libri di storia ci narrano le imprese eroiche di Napoleone, le sue battaglie, i suoi atti ufficiali. Ma cosa pensava il generale mentre sguainava la spada e veniva giù dal colle, cosa rivelò al capitano prima di Waterloo, questo la storia non lo dice. Qui entra in gioco la letteratura, nel tentativo di completare, dare un’anima ai fatti, sfondare il sipario di ciò che si vede e arrivare a capriole dietro le quinte delle fredde notizie. Ma la letteratura non è verità, è ipotesi sulle cose, come questo articolo.

I fatti stanno così, ormai è chiaro: Spalletti va via. Saluterà il suo posto (Napoli) nei giorni del trionfo, quando da Re sfilerà per le strade, acclamato, osannato. Si godrà fino all’ultimo la sua felicità, e poi ancora più chiara si farà strada in lui l’idea che tentare di rivivere questa felicità sarebbe stato un azzardo troppo rischioso. L’allenatore del Napoli non farà come Anguilla, il protagonista del romanza di Pavese “La luna e i falò“, che dopo tanti anni in America ritorna nel suo piccolo paese delle Langhe in cerca della magia del tempo andato. Anguilla che cercava di sentirsi come allora, di riprovare lo stesso entusiasmo dell’età mitica dell’infanzia scoprirà che non solo il paese è mutato, ma è lui ad essere ormai corrotto dal tempo, impossibilitato a sentire come sentiva un tempo.

Luciano ha deciso di partire. Non starò qui a ragionare su colpe, cose che potevano essere fatte, su aumenti, rinnovi o atti di fiducia. Alla fine, ciò che resta è la decisione. I retroscena e le chiacchiere non hanno mai la forza per farsi storia: sono aria, e come tale si rompono al vento, vanno via e presto si dimenticano.

Più volte durante l’anno, e soprattutto negli ultimi mesi, quando il traguardo era solo una questione di matematica, ha ribadito lo sforzo immane compiuto, sottolineato lo spendersi della sua anima, quasi un esaurirsi totale per la causa. E lui stesso si è chiesto se era ancora nelle condizioni di poter dare il massimo. La risposta non è stata data, ma è scontato declini verso il “No, non riesco a promettervi quello che vi ho dato quest’anno”.

Perché dopo una stagione così perfetta, inimmaginabile, Luciano sa bene che il rischio è grande. Ma non è che scappa, lui ha radici filosofiche, guarda la realtà in maniera totale, complessa, profonda, e questa è una dannazione a volte. Come biasimare chi vuole tenere negli occhi e nell’anima lo spettacolo inaudito di uno stadio impazzito, di una città festante che le bandiere hanno reso immensa, infinita, moltiplicandola a dismisura? Gli eventi che restano nelle coscienze e nei racconti sono quelli non replicabili, e forse Spalletti avrà ragionato anche su questo.

Anche vincendo di nuovo a Napoli non sarebbe lo stesso. Le eruzioni spettacolari sono quelle che avvengono raramente, sono queste esplosioni terrificanti che s’imprimono nella memoria delle generazioni. Pompei e il suo mito sono figli di un solo boato.

E allora vai Luciano, fissa questi attimi di straripante felicità e rendili eterni al tuo cuore. Ci hai regalato qualcosa che è andato oltre il sogno, un senso dell’umano e della dedizione commovente. “Uomini forti, destini forti” dicevi, ed io credo che questa scelta faccia capire che uomo sei: sei un uomo forte, fortissimo. Anche tu, insieme a Pavese, alle 22:37 del 4 maggio avrai forse detto a te stesso “ L’unica gioia al mondo è cominciare. E’ bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso-prigione, malattia, abitudine, stupidità- si vorrebbe morire. Grazie Luciano

Carlo Lettera
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Carlo Lettera

Carlo Lettera

Carlo Lettera, professore e scrittore, nasce a Napoli nel 1980. A 15 anni vince il premio internazionale “Nuove Lettere” e pubblica “Undicesimo grado scala Richter” a cura dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Ha curato varie rubriche per la rivista letteraria “Milena Edizioni”. La sua ultima raccolta di liriche dal titolo “A due centimetri” è stata pubblicata nel 2015. Questo la biografia per il mondo, quella manciata di dati che serve ad archiviare un’anima, a tenerla buona in qualche categoria. In realtà non so chi sono, rincorro le linee dell’inchiostro per scoprire se sanno dove sono, in quale nascondiglio. https://www.mondadoristore.it/A-due-centimentri-Carlo-Lettera/eai978886975056/ http://www.rivistamilena.it/2017/05/05/la-fatica-tra-etica-e-illusione/

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