Racconti Mondiali: César Luis Menotti, il Flaco che dipingeva il calcio a sinistra
Mettetevi comodi. Fate un respiro profondo, accendete idealmente una sigaretta e lasciate che il fumo disegni spire nell’aria, mentre la mente viaggia verso le sponde del Río de la Plata. Andiamo a Rosario, andiamo a Buenos Aires. Andiamo nell’Argentina degli anni Settanta. Una terra meravigliosa, complessa, drammatica, dove la vita e il calcio si incrociano da sempre su un filo teso sopra l’abisso.
Oggi parliamo di un uomo che non è stato semplicemente un allenatore. No, signori. Sarebbe offensivo ridurlo a questo. Parliamo di un intellettuale d’area di rigore, un filosofo con i capelli lunghi, i pantaloni a zampa d’elefante e lo sguardo perso oltre l’orizzonte. César Luis Menotti. Per tutti, inevitabilmente, El Flaco. Il Magro. L’uomo che nel 1978 ha regalato all’Argentina la sua prima, attesissima Coppa del Mondo, ma che lo ha fatto portando avanti un’idea di mondo, prima ancora che di gioco. Benvenuti alla puntata più poetica, politica e romantica di Racconti Mondiali.
Racconti Mondiali: il Flaco che dipingeva il calcio a sinistra. Il Manifesto del Flaco: il calcio come arte del popolo
Voi dovete capire la filosofia antropologica del Flaco. Menotti, uomo di sinistra in un’Argentina che stava per sprofondare nel terrore della dittatura militare, aveva una visione chiarissima, quasi sacrale, del football. Per lui il calcio si divideva in due categorie dello spirito: c’era il calcio di destra e il calcio di sinistra.
Il calcio di destra era quello dell’efficienza cinica, del risultato a tutti i costi, della distruzione del gioco altrui, della tattica esasperata che trasforma l’atleta in un soldato grigio. Il calcio di sinistra, invece, era il riscatto degli umili. Era l’inganno felice, la finta, il tunnel, il possesso palla vissuto come un’opera d’arte collettiva. “Il gol deve essere un’infrazione al proibito, qualcosa che nasce dalla bellezza”, diceva. Quando assume la guida della Nazionale nel 1974, dopo il fallimento del Mondiale tedesco, impone una condizione unica e rivoluzionaria alla Federazione: nessun giocatore sotto i venticinque anni può essere venduto all’estero senza il suo permesso. Voleva che il popolo argentino potesse godersi i suoi artisti nel giardino di casa.
1978: La solitudine del timoniere nella tempesta perfetta
E arriviamo al bivio della storia. Giugno 1978. Il Mondiale si gioca proprio in Argentina. Ma l’aria è irrespirabile. Al potere c’è la Giunta Militare del generale Videla. Il regime vuole usare il Mondiale come uno specchio deformante per nascondere al mondo l’orrore dei desaparecidos, i ragazzi torturati e fatti sparire nel nulla a poche centinaia di metri dagli stadi.
Menotti si ritrova in una solitudine spaventosa. Da un lato c’è la pressione asfissiante dei generali che esigono la vittoria per glorificare la dittatura; dall’altro c’è il suo cuore che batte dalla parte opposta. Molti, a sinistra, gli chiedono di dimettersi, di boicottare l’evento. Ma El Flaco compie una scelta diversa, profonda. Capisce che il popolo argentino ha bisogno di quella squadra per trovare un briciolo di dignità e di gioia in mezzo al buio. Prende una decisione coraggiosa che fa discutere il Paese: esclude dai ventidue un diciottenne prodigio di nome Diego Armando Maradona, ritenendolo ancora troppo giovane per sopportare quel peso disumano. Si affida invece a Mario Kempes, El Matador, l’uomo venuto da Valencia con le calze abbassate e il gol nel sangue.
La notte del Monumental: la coppa che non baciò i generali
Il 25 giugno 1978, allo stadio Monumental di Buenos Aires, va in scena la finale contro l’Olanda. Prima che i giocatori escano dallo spogliatoio, Menotti si mette davanti a loro. Non parla di schemi, non parla di diagonali difensive. Guarda i suoi ragazzi negli occhi e pronuncia il discorso più politico della storia del calcio: “Noi non giochiamo per i generali in tribuna d’onore. Noi giochiamo per i macellai, per gli operai, per i tassisti, per il popolo che soffre fuori da qui. Andate e rendeteli fieri”.
L’Argentina vince 3-1 ai tempi supplementari, in un’esplosione di coriandoli e lacrime che libera la frustrazione di una nazione intera. Sul campo succede qualcosa che i militari non avevano previsto: i giocatori festeggiano travolti dall’abbraccio della gente, ignorando la tribuna delle autorità. Menotti, fedele alla sua etica, eviterà accuratamente di stringere la mano a Videla durante le premiazioni. Aveva restituito il calcio ai legittimi proprietari: gli argentini.
Racconti Mondiali: il Flaco che dipingeva il calcio a sinistra. Il lascito del Flaco e l’eterno dibattito argentino
Quattro anni dopo, nel 1979, Menotti guiderà l’Argentina Under 20 alla vittoria del Mondiale in Giappone, questa volta con un Maradona stellare libero di dipingere calcio. Sarà il suo capolavoro estetico più puro. Lascerà la Nazionale dopo il Mondiale del 1982, aprendo la strada all’era di Carlos Bilardo, il suo opposto geometrico, dando vita al “menottismo” e al “bilardismo”, la faglia culturale che ancora oggi divide l’Argentina calcistica.
Perché la figura di César Luis Menotti, scomparso di recente lasciando un vuoto immenso, rimane un faro assoluto nella notte del calcio moderno? Perché ci ha ricordato che il calcio ha una responsabilità morale. Non si vive di sole statistiche, di algoritmi o di plusvalenze. Il calcio è un sentimento popolare, è la ricerca della bellezza come forma di libertà. El Flaco ci ha insegnato che si può vincere un Mondiale senza vendere l’anima, mantenendo la schiena dritta anche davanti ai fucili del potere, perché un gol fatto con eleganza è l’unica cosa capace di accendere una luce anche nell’inverno più freddo della storia.
Restiamo umani.





