Racconti Mondiali: Berlino 2006, la tempesta perfetta tra il fango di Calciopoli e l’oro del cielo

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Racconti Mondiali: Berlino 2006, la tempesta perfetta tra il fango di Calciopoli e l’oro del cielo

Mettetevi comodi. Fate un bel respiro profondo, azzerate i condizionamenti del tempo e provate, per un momento, a ritornare a quel maggio del 2006. In Italia c’è un’aria strana, pesante, irrespirabile. C’è un Paese intero che si sveglia bruscamente davanti alle trascrizioni delle intercettazioni telefoniche, mentre le prime pagine dei giornali non parlano di schemi o di gol, ma di procure, designatori arbitrali, schede svizzere e un sistema che crolla sotto i colpi di un ciclone chiamato Calciopoli. Il fango arriva ovunque, lambisce i club più prestigiosi e bussa violentemente alle porte di Coverciano, dove una Nazionale di calcio smarrita si sta preparando per il Mondiale di Germania.

La storia di oggi, signori, non è solo il resoconto del rigore di Grosso o della parata di Buffon su Zidane. Questa è la ballata paradossale, cinematografica e squisitamente italiana di ventitré uomini che decidono di trasformare un linciaggio morale nel più grande capolavoro di fratellanza sportiva del secolo. Benvenuti alla puntata più oscura, Redentrice e incredibilmente epica di Racconti Mondiali: la notte in cui l’Italia passò dal tribunale al tetto del mondo.

La spedizione dei condannati: Duisburg 2006

Voi dovete capire l’atmosfera in cui la squadra di Marcello Lippi sale su quel volo per la Germania. Non è una Nazionale che va a giocare a pallone; sembra una scorta giudiziaria. I giornalisti stranieri ci aspettano al varco, le domande in conferenza stampa a Duisburg sono interrogatori mascherati: «Ma voi, perché siete qui? Dovreste essere retrocessi, dovreste essere squalificati». Fabio Cannavaro, il capitano, viene messo sotto processo ogni giorno; lo stesso Lippi vede il proprio nome finire nel tritacarne mediatico.

In quel momento esatto, un gruppo normale si sarebbe sciolto come neve al sole, vittima dei sospetti, dei veleni interiori e delle fazioni. Ma Marcello Lippi, un uomo che ha il mare della Versilia dentro gli occhi e la durezza delle rocce nella testa, compie un capolavoro di psicologia applicata. Chiude le porte del ritiro. Alza un ponte levatoio invisibile. Dice ai ragazzi: «Lassù, in Italia, siamo rimasti soli. Non ci difende nessuno. L’unico modo per ripulire questa maglia è andare in campo e vincerle tutte». È la nascita del fortino.

Racconti Mondiali: Berlino 2006. Il dramma di Pessotto e la forza invisibile del gruppo

Mentre il torneo scorre tra la sofferenza contro l’Australia e la crescita geometrica del gioco, il 27 giugno arriva una notizia terribile che squarcia il ritiro azzurro: Gianluca Pessotto, ex compagno di molti di quei ragazzi e dirigente della Juventus, è precipitato dal tetto della sede societaria a Torino. È in fin di vita.

Alessandro Del Piero e Fabio Cannavaro lasciano la Germania su un volo privato per correre al suo capezzale in ospedale, per poi ritornare in ritiro con il cuore spezzato e gli occhi carichi di lacrime. Lì, signori, succede qualcosa che esula dalle leggi della fisica e del calcio. Quella tragedia sfiorata, unita al peso del processo sportivo che in patria sta decretando le retrocessioni in Serie B e le penalizzazioni, diventa il collante definitivo. Non giocano più per i contratti, non giocano per gli sponsor. Giocano per il compagno che sta lottando tra la vita e la morte, giocano per l’onore di un popolo che ha bisogno di una gioia pulita.

Dortmund e Berlino: la redenzione perfetta

Il resto è mitologia. La semifinale di Dortmund contro la Germania padrona di casa, un 2-0 firmato Grosso e Del Piero che rimarrà per sempre nella storia della televisione italiana come la notte dell’estasi collettiva. E poi la finale di Berlino, contro la Francia di Zidane. La testata, i rigori, lo sguardo fisso di Fabio Grosso che calcia l’ultimo pallone sotto l’incrocio dei pali.

Quando Cannavaro alza la Coppa del Mondo nel cielo di Berlino, l’Italia intera esplode in una festa che cancella, almeno per una notte, le miserie dei tribunali. Quel trionfo non cancella le colpe di Calciopoli — che farà il suo corso distruggendo carriere e palmarès — ma dimostra l’assoluta purezza di quegli undici uomini sul rettangolo verde. Hanno vinto il Mondiale più difficile, giocando sette partite contro il mondo intero, senza subire un solo gol su azione dagli avversari se si esclude l’autogol di Zaccardo.

Racconti Mondiali: Berlino 2006. La sublime imperfezione del riscatto italiano

Perché questa storia merita un capitolo d’oro nella nostra rubrica? Perché rappresenta lo specchio più fedele e viscerale del nostro essere italiani. Siamo capaci di autodistruggerci, di affondare nel fango delle nostre stesse debolezze, per poi trovare proprio sul fondo del baratro una forza primordiale, un orgoglio antico e una genialità che ci permettono di risorgere e toccare il cielo con un dito.

Quei ragazzi del 2006 ci hanno regalato l’estate più bella della nostra generazione non perché fossero perfetti, ma perché erano magnificamente, drammaticamente imperfetti. Hanno saputo isolare la bellezza del gioco dalle bassezze del sistema, ricordandoci che il calcio, quando si stringe la maglia sul petto e si guarda negli occhi un compagno di squadra, rimane la cosa più pura e umana del mondo.

Restiamo umani.