Quanto dura una vita?

Quanto dura una vita? Sei sognato. Lo lessi da qualche parte, forse proprio in un sogno, tracciato su un muro che separava la città da qualcos’altro.

Hai vissuto tanti anni senza che nessuno lo sapesse, credimi, è questo un destino comune. Solo il tuo compagno di giochi, il fratello, la madre potevano giurare che tu esistessi. Gli altri no.  Per tutti quelli che non fossero loro eri la cifra tra la possibilità e il niente. Sei cresciuto, hai amato e ti sei addormentato come miliardi di altri uomini, ma questo non ha cambiato la percezione della tua esistenza. A tua madre e a tuo zio ci avrai aggiunto mille persone, ma questo migliaio di anime non fa di te qualcosa di certo.  A far fede alle statistiche, tu non esisti come notizia nel mondo.

Il guaio vero inizia quando anche tu stesso cominci a dubitare di aver vissuto, non trovando che il tuo nome e delle immagini sgranate sulla pellicola della tua storia. Va a finire che sei davvero una frase di un libro che sta leggendo qualcuno: chissà chi e chissà dove.

Deve essere certo un lettore metodico questo che legge all’infinito la tua battuta nel copione. Chiude il libro senza terminare il tuo rigo, come vinto dal sonno. Ogni giorno avanza di una impercettibile linea di una lettera. Ha impiegato dieci anni per decifrare il primo carattere. Quando riapre il libro è sempre lì, dov’era la notte precedente, e avanza di una piccola curva, sul dorso di una C. La sua fatica è immane, e tu vivi in quegli istanti in cui lui tiene il libro aperto. Leggere è una sua abitudine, gli rende più dolce e prevedibile la vita. Nelle ore in cui lui abbandona il volume e vive, tu cadi nel sonno, vinto dalla sua stanchezza. Quando le sue dita riprendono il rigo suona la tua sveglia del mattino.

E chi lo immaginava di essere custodito in una copertina rigida, in qualche pagina di mezzo mentre mi abbandonavo al sonno. Chissà quanto tempo gli ci vorrà per finire la mia battuta. Ma poi, questa battuta presa da sola, ce l’avrà un significato? E se mi stessi lusingando, se tutta la mia esistenza fosse nient’altro che un segno di interpunzione, un monosillabo? La mia fine arriverà quando l’uomo avrà terminato di decifrare e leggere le poche parole a me destinate?

Intanto, dal momento che sto scrivendo, so di certo che lui ha il libro aperto. Dove si trovi non so. Vorrei parlargli. Vorrei domandargli se questo destino che vede la fine di qualcuno ogni qualvolta lui  termina una frase in una pagina tocchi anche me, se cioè anche io, e tutti con me, hanno questo terribile potere di stabilire il tempo di qualche specie animale ritenuta inferiore, quasi come ci si trovasse in un sogno circolare.

Nell’attesa della risposta inizierò a leggere ogni parola con cura e attenzione, con devozione.

 

Carlo Lettera
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Carlo Lettera

Carlo Lettera

Carlo Lettera, professore e scrittore, nasce a Napoli nel 1980. A 15 anni vince il premio internazionale “Nuove Lettere” e pubblica “Undicesimo grado scala Richter” a cura dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Ha curato varie rubriche per la rivista letteraria “Milena Edizioni”. La sua ultima raccolta di liriche dal titolo “A due centimetri” è stata pubblicata nel 2015. Questo la biografia per il mondo, quella manciata di dati che serve ad archiviare un’anima, a tenerla buona in qualche categoria. In realtà non so chi sono, rincorro le linee dell’inchiostro per scoprire se sanno dove sono, in quale nascondiglio. https://www.mondadoristore.it/A-due-centimentri-Carlo-Lettera/eai978886975056/ http://www.rivistamilena.it/2017/05/05/la-fatica-tra-etica-e-illusione/

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