Il Napoli è sempre una promessa di domani

Inter

Non sono niente. Non sarò mai niente.

Non posso voler essere niente. A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.

Così Pessoa nei primi versi del suo capolavoro “La tabaccheria”.

Così la storia intima del Napoli, di questo Napoli e di quello del passato, di tutti i Napoli esistiti. (Quello di Maradona fu un miracolo, e i miracoli si caratterizzano per essere dati una volta sola, non ammettono repliche, altrimenti si chiamerebbero consuetudini).

Essere la somma delle sue mancanze, essere tutto quello che non fa quando può.

Spesso gli uomini e le cose si definiscono per sottrazioni, si rivelano agli altri non per ciò che li caratterizza ma per gli accidenti che lo negano, una sorta di identità al rovescio.

Ieri, ma la storia va avanti da settimane, mesi, anni, il Napoli è caduto di nuovo nel suo buco nero, quello di non saper essere qualcosa, di non volerlo. Non è qualcosa che avviene di proposito, una strategia ragionata, è un bisogno.

Essere sempre in potenza, non provarci mai perché così ci si ripara dalla realtà di una possibile disfatta irrevocabile.

Così operando il Napoli si ripara dalla sua verità, dai suoi tracolli reali. Resta la squadra che se solo si convincesse, se avesse mentalità potrebbe, se solo osasse. E i “Se” alimentano la sua vita, la preservano dalla rivelazione ultima di ciò che è.

Fa comodo a tutti poter dire “ Se avessi voluto ce l’avrei fatta”. Ma per poter poggiarsi su questo salvagente bisogna rinunciare a provarci.

I più grandi sognatori sono quelli che celebrano i trionfi nella loro testa, che vivono fino a un dato momento per poi dissolversi, e così poter essere nella fantasia ciò che vogliono, senza timore di smentita.

Libera di essere ciò che è quando il traguardo è lontano, una volta che è lì e le aspettative la stordiscono, la paura di non essere veramente di all’altezza, di essere qualcosa, la fa precipitare nella volontà di essere niente. Mai atto, mai definitivo. Il Napoli è sempre una promessa di domani.

Perché questo Napoli è niente, e lo sappiamo da tempo, anche se, come lui, continuiamo a riposare nell’illusione che sia qualcosa, qualcosa di meraviglioso.

La ripetizione dell’agire della squadra da decenni ci ha portati a mutilare l’entusiasmo. Certo, è vero che ci esaltiamo come tifosi, ma nel fondo riposa in noi la certezza che anche questa volta la nostra squadra, sul più bello, deciderà di non essere qualcosa di definito.

Una bolla, un liquido che non prende mai forma davvero, un pensiero storto, una gloria di un sogno.

Fu Koulibaly a Torino e poi quello espulso a Firenze, la vittoria di Bergamo e la disfatta con la Fiorentina.  Il terrore di essere qualcosa, perché chi diventa qualcosa si priva della possibilità di poter essere tutto.

Come la città che la sostiene, questo Napoli sopravvive solo grazie a questo trucco doloroso, negarsi quando è sul punto di scoprire la sua identità, e così campare nella tracotanza di una grandezza sempre a portata di mano, ma che accadrà più in là, sicuramente non oggi.

Genealogia di un fallimento desiderato, o se volete, ripulendo l’articolo di suggestioni filosofiche e implicitamente nobili, cronaca di un’inconsistenza annunciata.

Carlo Lettera
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Carlo Lettera

Carlo Lettera

Carlo Lettera, professore e scrittore, nasce a Napoli nel 1980. A 15 anni vince il premio internazionale “Nuove Lettere” e pubblica “Undicesimo grado scala Richter” a cura dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Ha curato varie rubriche per la rivista letteraria “Milena Edizioni”. La sua ultima raccolta di liriche dal titolo “A due centimetri” è stata pubblicata nel 2015. Questo la biografia per il mondo, quella manciata di dati che serve ad archiviare un’anima, a tenerla buona in qualche categoria. In realtà non so chi sono, rincorro le linee dell’inchiostro per scoprire se sanno dove sono, in quale nascondiglio. https://www.mondadoristore.it/A-due-centimentri-Carlo-Lettera/eai978886975056/ http://www.rivistamilena.it/2017/05/05/la-fatica-tra-etica-e-illusione/

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