Mio padre guardalinee del Napoli

La storia del Napoli non è solo una storia di trofei, finali e tabellini.

È fatta di tante storie dentro la storia. È fatta di ricordi personali, di aneddoti tramandati, di racconti che magari non finiscono negli almanacchi, ma restano nella memoria di chi li ha vissuti.

Ne ho parlato spesso con mio padre, 81 anni.

L’altro giorno, però, mi ha raccontato un aneddoto che non conoscevo.

Quando aveva 13-14 anni giocava nei Pulcini del Napoli.

Non c’erano tutte le categorie di oggi. C’erano i Pulcini e poi, credo, la Primavera.

Si allenavano a Fuorigrotta, allo “stadio dei pompieri”, in una traversa di viale Kennedy, mi racconta. In sostanza a pochi metri dal PalaBarbuto, dove c’è proprio la caserma dei vigili del fuoco.

Il loro allenatore era un certo Lambiase.

Sapevo che papà giocava bene e che aveva militato in qualche squadra dilettantistica, ma non sapevo che avesse fatto parte delle giovanili della squadra della città.

Il Napoli giocava da pochissimo allo stadio San Paolo, inizialmente Stadio del Sole, subentrato come stadio ufficiale al Collana, al Vomero, nel 1959.

A papà capitava di fare il raccattapalle durante le partite ufficiali. Oppure, se non si poteva, il mister li spediva in tribuna a vedere la partita.

Ma una partita gli è rimasta impressa più delle altre.

Aveva circa 14 anni, ricorda. Era probabilmente il 1960. Un’amichevole precampionato.

Il Napoli sfidava la Bagnolese allo stadio Collana. Erano amichevoli di consuetudine: capitava spesso sia con il Sorrento sia con la Bagnolese.

Non è stato facile inquadrare l’anno.

Lui ricordava tutti i giocatori dell’epoca, ma è facile confondersi tra una stagione e l’altra. Però era sicuro di Amadei come allenatore.

Allora gli ho letto la rosa dalla pagina Wikipedia di quell’anno, il 1960, e non riuscivo a dire un nome senza che lui mi raccontasse una storia.

Una memoria fotografica.

Bugatti in porta e Pacifico Cuman, “l’eterno secondo”, in panchina, secondo portiere. Ma almeno in panchina ci andava, perché all’epoca, fatta eccezione per il portiere in caso di infortunio, le sostituzioni non esistevano.

Poi c’era Gino Bertucco, una mezz’ala, che lui ricorda soprattutto per un gol storico allo stadio Collana, in Napoli-Juventus. Un gol che mi ha raccontato così:

“Come consuetudine, il numero di spettatori era notevolmente superiore alla capienza effettiva dello stadio, e il pubblico “tracimò” sul rettangolo di gioco.
Roba da sospensione immediata della partita.
Ma l’arbitro era Concetto Lo Bello, che si assunse la responsabilità di far proseguire la partita con i tifosi del Napoli a bordo campo.
E i tifosi reagirono con ordine e compostezza.
Il risultato, al 90esimo, era sul 3-3.
Poi, nel recupero, Bertucco mise dentro il 4-3 e venne giù lo stadio. Metaforicamente, s’intende”.

A ogni nome partiva un ricordo.

Emanuele Del Vecchio: “Un fuoriclasse. Si contendeva il titolo di miglior numero 10 del campionato con Dino Da Costa della Roma. Tutti e due brasiliani”.

Beniamino Di Giacomo, detto “il Bersagliere”: “Una mezz’ala poi ceduta all’Inter, dove Herrera lo inventò centravanti. Tipo Mertens con Sarri”.

Gino Pivatelli: “Centravanti forte, poi ceduto al Milan. Nereo Rocco lo arretrò e fece dei campionati fantastici da “libero”. Lui che era un centravanti”.

Poi l’argentino Juan Carlos Tacchi: “Un’ala sinistra, bassino, ma un fenomeno. Tecnicamente fortissimo”.

Di quella partita ricordava visivamente tre giocatori: Beniamino Di Giacomo, Guido Postiglione e un certo “Lieto”. Oltre a Mister Amadei.

Da una ricerca web, i primi due giocatori e l’allenatore coincidevano con l’annata 1960-61.

Era solo su questo Lieto che non trovavo niente.

In nessun almanacco, né su Wikipedia né altrove.

“Papà, ma te l’hê sunnato a chisto?”

“Ma quando mai. Era un prodotto della cantera. Lo ricordo benissimo, come Postiglione”.

E Guido Postiglione, in effetti, era un prodotto del settore giovanile. Tre anni in prima squadra, dal 1959 al 1961: 17 presenze, tre reti, e poi il passaggio al Verona in B.

Ma di Lieto proprio niente.

Perché si ricordava proprio di questa amichevole?

Perché per l’occasione non fece il raccattapalle, ma il guardalinee.

Giunti allo stadio, Lambiase, l’allenatore dei Pulcini, scelse i due più alti, lui e un altro ragazzo, per quel compito.

Gli altri a fare i raccattapalle.

Lo so, può sembrare una sciocchezza.

Ma immaginate un ragazzino di 14 anni, in un’epoca in cui i calciatori erano foto sui giornali e la televisione magari nemmeno ce l’avevi a casa, ritrovarsi a tu per tu con i suoi beniamini.

Un ragazzino al quale chiedono di fare “il grande” per l’occasione, nella sfida amichevole contro l’Ilva Bagnolese, i nerostellati, la squadra storica del suo quartiere, che all’epoca militava in Serie D.

Non ricorda il risultato.

Però ricorda quando la palla, in uno scontro di gioco, gli arriva sui piedi.

L’istinto del raccattapalle gli dice di prenderla e restituirla al giocatore azzurro che corre verso di lui per la rimessa laterale.

Ma lui è il guardalinee.

E allora decide di fermarla, ma non di “alzarla”.

E il giocatore azzurro, il misterioso “Lieto” per l’appunto, lo guarda con un’espressione vagamente infastidita e gli dice:

“E gghià, aiza sta palla. È n’amichevole”.

Con papà, ovviamente, in seria difficoltà a controbattere.

Di questa amichevole non esiste alcuna traccia nei giornali dell’epoca, ed è ragionevole.

Però, scavando scavando, ho trovato un articolo del 1961 che riporta le formazioni di un’altra amichevole precampionato tra Napoli e Sorrento nella quale, tra le fila del Napoli, figura proprio un certo “Lieto”.

A conferma che davvero c’era un prodotto del vivaio del Napoli transitato occasionalmente in prima squadra con questo nome.

Ma soprattutto a conferma che mio padre nun s’è ancora ‘nzalanuto.

Come detto, non ricorda il risultato di quella partita.

Ma ricorda il migliore in campo.

“Si chiamava Borrelli, e giocava nella Bagnolese. Nun ce facette capì niente”.

E allora perché non fece carriera?

Ovvio:

“Pecché teneva ’na capa ’e m…”

E anche questa storia, in fondo, l’abbiamo sentita mille volte.

(Maurizio Zaccone)