L’ultimo segretario e l’Italia dei furbetti

L’ultimo segretario e l'Italia dei furbetti

L’ultimo segretario e l’Italia dei furbetti

C’è un’immagine che, a guardarla oggi, sembra provenire da un pianeta alieno, o quantomeno da un’Italia che ha smarrito il libretto delle istruzioni morali. È la foto di un uomo magro, con gli occhi perennemente velati da una malinconia antica, che parla a una folla oceanica senza bisogno di urlare, senza sculettare sui social, senza promesse di ponti sullo stretto o miracolosi sgravi fiscali per gli evasori di professione. Quell’uomo era Enrico Berlinguer.

Oggi, nell’era del populismo prêt-à-porter e della politica ridotta a televendita h24, ricordare Berlinguer non è solo un esercizio di memoria storica: è un atto di legittima difesa. Perché mentre la classe politica attuale si barcamena tra un avviso de garanzia e una comparsata dal virologo di turno, la figura del segretario del PCI brilla di una luce che definire “retro” sarebbe offensivo. Era la luce della dignità.

La Questione Morale: quando la politica aveva le mani pulite

Se c’è una parola che i palazzi del potere odierni hanno cancellato dal dizionario – preferendogli termini più elastici come “flessibilità”, “mediazione” o, più onestamente, “pizzo” – è la questione morale. Berlinguer la sollevò nell’ormai leggendaria intervista a Eugenio Scalfari del 1981. Non era il moralismo bigotto di chi vuole fare il frate indovino, ma una diagnosi chirurgica, spietata e, purtroppo, profetica.

“I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv, alcuni grandi giornali.”

 

Vi ricorda qualcosa? Sembra la rassegna stampa di stamattina, e invece sono passati più di quarant’anni. Berlinguer aveva capito prima di tutti che il cancro della Repubblica sarebbe stata la trasformazione dei partiti in macchine di potere e clientela, svuotate di idee e piene solo di appetito. La differenza tra lui e la banda di allegri sciacalli che ha affollato le aule parlamentari nei decenni successivi sta tutta qui: Berlinguer la questione morale la poneva dentro la politica; oggi la politica la subisce solo quando arrivano i Carabinieri con le manette.

Il compromesso storico e la schiena dritta

C’era una volta un leader comunista che non prendeva ordini da Mosca, anzi, andava a dirgli in faccia – a casa loro – che la democrazia era il valore universale da cui non si poteva prescindere (lo strappo del 1976). E c’era una volta un leader che, per il bene del Paese, tentava il “compromesso storico” con la Democrazia Cristiana di Aldo Moro, senza per questo svendere un solo grammo della propria identità.

Niente a che vedere con gli inciuci da cortile a cui assistiamo oggi, dove si cambia casacca per una poltrona da sottosegretario o per un gettone di presenza nei talk show. Berlinguer dialogava con gli avversari, ma manteneva la schiena dritta. Non aveva bisogno di emendamenti salva-ladri, non frequentava cene eleganti con lobbisti dell’arma o del petrolio. Quando parlava di austerità, non intendeva il cappio al collo dei pensionati imposto dall’Europa dei banchieri, ma uno stile di vita sobrio, opposto al consumismo sfrenato che avrebbe poi ridotto i cittadini a consumatori compulsivi e frustrati.

L’ultimo segretario e l’Italia dei furbetti. Quell’ultimo palco a Padova: morire sul campo

Il finale della storia di Berlinguer è una tragedia greca che la politica italiana non ha più conosciuto. È il 7 giugno 1984, piazza della Frutta a Padova. Un uomo visibilmente colpito da un ictus continua a parlare alla sua gente. La folla urla “Basta, Enrico!”, ma lui non si ferma. Onora il mandato fino all’ultima sillaba, fino all’ultimo respiro, prima di accasciarsi.

Il fango che è seguito – la Prima Repubblica che crolla sotto i colpi di Tangentopoli, la Seconda che nasce nel segno del conflitto di interessi, la Terza che galleggia nel nulla cosmico del clickbaiting – non ha scalfito quel ricordo. Al suo funerale c’erano due milioni di persone. C’era persino il suo più fiero avversario, Giorgio Almirante, a dimostrazione che quando la politica è gigantesca, persino i nemici giurati devono togliersi il cappello.

Oggi che la politica è diventata un palcoscenico per nani e ballerine, il vuoto lasciato da Berlinguer si misura in millenni luce. Ci resta il suo esempio, la sua ostinata onestà e il rifiuto categorico di considerare il cinismo come l’unica moneta corrente dei rapporti umani.

Restiamo umani.