L’identità divisa a metà

L’identità divisa a metà: quando la fede calcistica scontra con il senso di appartenenza – di Luigi P. Rondanini

A Napoli come in molte altre città del Sud, è piuttosto comune imbattersi in tifosi di squadre del Nord, in particolare Juventus, Inter e Milan. Un fenomeno curioso, se si pensa al fatto che a livello di nazionali quasi tutti fanno il tifo per gli Azzurri.

Come si concilia la passione per club fuori regione con il senso di identità e appartenenza al proprio territorio? C’è una sorta di contraddizione che emerge. Il calcio dovrebbe rappresentare anche la comunità di riferimento, la città. E invece molti finiscono per legarsi emotivamente a realtà lontane.

C’è un caso particolare in Italia che ho da sempre ammirato.

Si tratta del caso di Siena, dove l’appartenenza alle contrade definisce il DNA di ogni abitante, trasmesso di generazione in generazione. I senesi vengono letteralmente “battezzati” fin da piccoli in una specifica contrada, che diventa parte integrante della loro identità a prescindere.  Si chiama battesimo laico.

In sintesi, l’esempio di Siena dimostra come ci possa essere un legame viscerale tra la percezione di sé e l’identificazione con le tradizioni e i valori del luogo di origine. Quando questo non succede, come nel caso delle preferenze calcistiche “importate”, forse è il caso di interrogarsi sulle motivazioni profonde.

Ma allora, perché tanti napoletani e non solo finiscono per tifare Juve, Inter o Milan in maniera così sfegatata e appassionata?

Una possibile ragione è la mancanza di successi e vittorie del club locale, che porta i tifosi a identificarsi in squadre vincenti per vivere comunque il gusto dei trofei e delle vittorie. C’è poi chi, nel calcio come nella vita, tende ad appoggiare sempre i potenti, i club con maggior prestigio, attratto più dalla fama che dal senso di appartenenza.

Per alcuni può anche esservi una sorta di vergogna, più o meno inconscia, nell’identificarsi in squadre minori e del Sud, che partecipano a campionati di serie inferiori. Come se il fatto di sostenere un club perdente, in città bistrattate, possa riflettersi negativamente sulla propria autostima.

Queste motivazioni possono spiegare la passione per un club fosco ma faticano a giustificare quel senso di identità profonda, di “tifo viscerale”, che dovrebbe legare ai colori e ai valori della propria terra.

In una società liquida come quella attuale anche il senso di appartenenza calcistica sembra perdere di significato. Eppure alle Olimpiadi o ai Mondiali rispunta immancabilmente la bandiera tricolore. Segno che l’identità professionale non riesce mai a cancellare del tutto quella culturale.