L’inganno social
Chiamarli “social” è, prima di tutto, una colossale truffa semantica. Questa parola evoca aggregazione, comunità, il calore dei gradoni dello stadio o la discussione appassionata nei vicoli della nostra città. La realtà, però, è diametralmente opposta: queste piattaforme multimiliardarie non sono nate per unire le persone, ma per isolarle dietro uno schermo, mappare le loro reazioni emotive e trasformare ogni singolo secondo del loro tempo in puro profitto.
Il vecchio paragone con la televisione del Novecento non regge più. La TV era un mezzo unidirezionale, spesso manipolatorio, ma statico e prevedibile. Oggi, invece, ci troviamo di fronte a una sofisticata infrastruttura di ingegneria comportamentale alimentata dal cosiddetto capitalismo della sorveglianza.
In questo perverso modello economico, l’estrazione di valore tramite l’economia dell’attenzione – ovvero lo studio scientifico di come tenerci ipnotizzati davanti al display – è paradossalmente il male minore. Il vero pericolo risiede negli algoritmi di raccomandazione, macchine matematiche progettate non per connetterci, ma per massimizzare l’engagement spingendo sulla polarizzazione e sull’amplificazione sistematica della rabbia.
Una spietata arma politica
Come ha ampiamente spiegato lo storico Yuval Noah Harari, questi sistemi hanno letteralmente hackerato il sistema operativo umano. Non parliamo di semplice passività o di tempo perso dai ragazzini: parliamo di vere e proprie armi digitali utilizzate per scopi delinquenziali, usi geopolitici e per truccare le elezioni condizionando le masse.
Nei casi più drammatici e tragicamente documentati, come il massacro dei Rohingya in Myanmar attraverso i feed di Facebook, questa brama algoritmica di interazioni ha persino fatto da catalizzatore per feroci genocidi. Il caos sociale e la violenza non sono un bug del sistema, sono la sua metrica più redditizia.
Se questa spietata macchina algoritmica è in grado di spostare equilibri geopolitici e decidere i destini di una democrazia, credere che il mondo del calcio – e in particolare una piazza viscerale, emotiva e passionale come Napoli – ne sia immune è l’errore più ingenuo e pericoloso che possiamo commettere.
Dal controllo politico alla geopolitica del pallone
Se questo meccanismo è capace di spostare equilibri geopolitici e manipolare elezioni presidenziali, pensare che il mondo del calcio ne sia immune è da ingenui. Lo sport, e il calcio in particolare, vive di pura emotività: è il terreno di caccia ideale per gli algoritmi. La passione viscerale del tifoso viene intercettata, sezionata e monetizzata, trasformando la sacra piazza fisica in un’arena digitale tossica e perennemente incendiata.
Nel contesto di una realtà unica e passionale come quella del Napoli, questo fenomeno diventa devastante. Gli algoritmi non premiano l’analisi lucida o l’equilibrio; premiano l’estremismo. Una sconfitta o una scelta societaria divisiva non generano più un dibattito, ma una spaccatura algoritmica istantanea tra fazioni radicalizzate.
Si creano così tendenze artificiali in cui il sentimento popolare viene letteralmente pilotato. Pensiamo alle dinamiche del calciomercato: quante volte abbiamo assistito a ondate di isteria collettiva o a campagne di linciaggio mediatico contro un calciatore o la presidenza, apparentemente spontanee, ma in realtà alimentate da network di bot e pagine clickbait? Questi attori digitali cavalcano l’indignazione per accumulare visualizzazioni e orientare le decisioni del club, dei procuratori o degli sponsor.
Oltre la maglia
L’algoritmo ha scoperto che un tifoso incazzato produce il triplo dei clic rispetto a un tifoso soddisfatto. La crisi permanente del Napoli, reale o percepita, è un business multimilionario per le piattaforme.
Il rischio concreto è che la narrazione attorno alla squadra non sia più lo specchio della realtà di Fuorigrotta o dello spogliatoio, ma il risultato di dinamiche esterne. Grandi fondi d’investimento, multinazionali dello sportwashing o persino agenzie di scommesse e criminalità organizzata possono utilizzare il microtargeting per condizionare l’opinione pubblica, contestare una proprietà, svalutare il cartellino di un giocatore o destabilizzare l’ambiente prima di una partita cruciale.
Per non essere burattini nelle mani di un codice californiano, il tifoso del Napoli deve riappropriarsi del pensiero critico: capire che dietro ogni ondata di fango o di esaltazione artificiale sullo schermo non c’è quasi mai l’amore per la maglia, ma un freddo calcolo finanziario che campa sulla nostra pelle.





