Il sud che odia se stesso

Pubblichiamo con piacere l’articolo dello scrittore anglo-partenopeo Luigi Pascal Rondanini

IL SUD CHE ODIA SE STESSO

La questione meridionale è da sempre al centro del dibattito politico e sociale del nostro paese. Il divario tra Nord e Sud persiste nonostante i tentativi di colmarlo. Ma il problema più insidioso che il Meridione si trova ad affrontare è forse l’odio di una parte di esso verso l’altra sua parte.

È frequente imbattersi in meridionali che nutrono disprezzo o addirittura odio per i propri corregionali, in particolare quelli delle classi più disagiate e delle periferie degradate. Costoro vengono etichettati come “terroni” da una certa aristocrazia intellettuale autoctona, che rivendica una presunta superiorità culturale. 

I commenti al vetriolo a seguito del successo di Geolier, cantante rap di Secondigliano ha tirato fuori la vera natura di quei napoletani che in nome di Totò, Massimo Troisi e Pino Daniele, per citarne alcuni, si sono sentiti offesi dalla popolarità di questo giovane e promettente cantante napoletano.

Si è iniziato con il criticare la sua tamarragine, si è poi associato questo giovane artista alla camorra, è stato massacrato dall’elite napoletana per il suo modo di scrivere in napoletano i testi delle sue canzoni, fomentando al di fuori dei confini di Napoli, un invito a dargli addosso, allargando ben oltre il Rione Gescal questa etichetta che chiunque non sia delle zone alte di Napoli, non sia napoletano o rappresentante della città.

Come spesso accade, questi benpensanti non hanno fatto altro che annegare anche loro nel veleno sputato da utenti e commentatori di altri posti d’Italia, quasi a ricordare loro che si è sempre a Sud di qualcuno e che per loro tra il Vomero e Casandrino, non c’è differenza. Sempre Napoli è.

In un recente scritto, incontrato online, che glorificava le bellezze e le eccellenze culturali di Napoli, ho colto un forte astio nei confronti di alcuni suoi concittadini meno fortunati.

L’autore esaltava le meraviglie della sua città, i suoi monumenti, la sua storia millenaria, in un crescendo di tessere del mosaico partenopeo. Peccato però che in quel mosaico mancassero alcune tessere, quelle più scomode e problematiche. Anzi, a dire il vero, ne parlava come una catasta di monnezza. La sua napoletanità era quasi offesa dalla presenza dei Geolier, dei D’Alessio e di tutti coloro che non vivono nel chilometro quadrato dei veri napoletani e che si permettono di considerarsi espressione di Napoli.

Era singolare che questo signore si appellava a Pino Daniele. Il Pino Daniele che fu massacrato quando agli esordi venne etichettato come un cantante troppo eccentrico e fuori dagli schemi della musica napoletana tradizionale, oltre che privo di una bella e chiara voce. Vogliamo parlare di Troisi? Che ebbe difficoltà a sfondare perché il suo humour era ritenuto inadeguato alla TV dell’epoca. I miei amici del Nord dicevano che avevano bisogno di sottotitoli quando parlava. Tanti di questi signori che preservavano, e tutt’ora sono i guardiani della lingua napoletana, erano indignati dal suo modo di parlare che è tipico dell’est di Napoli. E Totò? ll linguaggio di Totò fu a lungo considerato troppo popolare e dialettale per poter essere compreso al di fuori di Napoli. 

Poi sappiamo com’è andata a finire.

Nel mio ultimo romanzo, “I fantasmi del passato“, affronto proprio questa tematica, tra le altre di tipo psicologico, attraverso due amici d’infanzia che dopo molti anni si ritrovano. Entrambi originari della periferia napoletana, entrambi costretti ad emigrare per avere opportunità di vita e di lavoro. Ma mentre uno dei due prova empatia e solidarietà per il suo luogo d’origine, pur non volendoci tornare a vivere, l’altro sviluppa un senso di vergogna e repulsione. Sentimenti che partono dalla mancanza di opportunità che Napoli gli avrebbe negato ma che poi si allargano all’Italia intera che disprezza i napoletani, al punto che questi abbia deciso di andare all’estero, rinunciando alla nazionalità, e seppure nelle parole dice di amare Napoli, definisce il suo sentimento come quello che si prova verso una donna che non ricambi l’affetto manifestato. Di fatto, si riconosce nei valori positivi, come hanno fatto tanti illustri napoletani che nonostante abbiano fatto di Napoli la loro musa ispiratrice, hanno poi preferito altri posti nel mondo per sentirsi a casa.

Gli eventi raccontati nel libro, possono essere comuni a qualunque città del Sud od anche del Nord. Quello che traspare è il degrado, l’esclusione, il disprezzo che resta comunque impresso anche in chi, come uno dei due protagonisti, è riuscito ad avere successo nella vita ed in più nazioni.

Parlare di Napoli oggi, impone che non una parola si spenda per le periferie, per quei quartieri degradati che pure fanno parte del tessuto urbano. Nessun accenna a San Giovanni, Secondigliano, Barra o Ponticelli. Evidentemente non rientrano nell’estetica della narrazione edulcorata, ma solo in quella delle notizie di cronaca o dei vari film stile Gomorra.

Inoltre, quando l’autore di quel commento su menzionato accennava con sufficienza al “dialetto colorito” di certi strati sociali, traspariva un certo qualunquismo, per non dire classismo. Come se la lingua, il modo di esprimersi, fossero parametri per stabilire il valore di una persona.

Io rivendico invece con forza le mille anime del Sud, la sua ricchezza di culture, tradizioni, dialetti. Rivendico il diritto all’inclusione per chi vive nelle zone degradate, per chi non ha avuto le stesse possibilità, per chi magari non sa esprimersi in una lingua che non è la sua.   

Voglio raccontare la periferia e la provincia meridionale senza pregiudizi, facendo emergere storie di riscatto e orgoglio. Perché è da lì che può rinascere il Sud, non dai salotti bene di chi sputa sui meno fortunati. Il futuro è nei vicoli di Napoli e della sua periferia, nei cortili di Bari, nelle viuzze di Palermo. Lì pulsa il cuore del Meridione.

Anche nei miei libri di prossima pubblicazione in Italia, il tema degli emarginati sociali e delle difficoltà nell’emergere la fanno da padrona. Così come nel mio primo libro pubblicato in inglese, “Vanished Echoes“, evidenziai l’odio verso il diverso, verso l’immigrato che anche in posti, una volta tolleranti come l’Inghilterra, mio paese di adozione da oltre trent’anni, c’è questa deriva.

E, che dire, se nessuno di questi chiachielli leggerà mai i miei libri, posso solo dire che ‘nun me ne fotte proprio, anzi “nun m n fott proprij” come direbbe Geolier che amerei avere come prefattore al mio prossimo libro, usando il suo napoletano.

Luigi Pascal Rondanini

Circa l’autore: https://www.lfaeditorenapoli.it/rassegna-stampa-e-biografie-autori/rondanini-luigi-pascal/

Libri Pubblicati:

https://www.rondanini.com/it/books