Il fantasma che ancora agita l’aula

Il fantasma che ancora agita l’aula Il Mago di Arcore e l'Eterna Colpa (degli Altri). Fate le valigie (o andate a sciare) Il berlusconismo senza B Il Crack Parmalat Successione FIGC Perché il "Protezionismo" non Salverà il Calcio Italiano Italia senza anima Paolo Cirino Pomicino Difendere la Costituzione: il ruolo decisivo del popolo Bossi: storia di un protagonista controverso della politica italiana Ecco perché la riforma è un boomerang Come Berlusconi acquisì Villa San Martino Qui si è perso il senso della misura Ma il ministro dei Trasporti può occuparsi di case? Antonio Vergara e il fallimento dell’Italia calcistica Ti racconto una storia: Pierluigi Bersani il progetto “Azzurri per l’azzurro” I più grandi misteri irrisolti in Italia Referendum abrogativo 8-9 giugno 2025: cosa c’è da sapere L'importanza dei referendum nella vita della Repubblica Italiana I Presidenti della Repubblica Italiana: storia, ruoli e protagonisti dal 1946 a oggi I sindaci di Napoli: una storia tra politica, cultura e passione per la città

Il fantasma che ancora agita l’aula

Cento anni passano, ma certe facce da schiaffi non cambiano mai. Cambiano i vestiti, cambiano i palchi, ma il tic nervoso del potere di fronte alla verità resta identico. Oggi ricordiamo Giacomo Matteotti, e già si sente il profumo stantio della retorica di Stato, il coro degli ipocriti a reti unificate che depone corone di fiori su una memoria che, se fosse viva e parlante, prenderebbe a calci nel sedere metà dell’attuale emiciclo parlamentare. Perché Matteotti non è stato ucciso da un “destino cinico e baro”, e nemmeno da un manipolo di marziani sbarcati per caso sul lungotevere Arnaldo da Brescia il 10 giugno 1924. È stato assassinato da una banda di delinquenti con la camicia nera, finanziati dai palazzinari e dagli industriali dell’epoca, su preciso input dell’allora presidente del Consiglio. Un signore che di cognome faceva Mussolini e che, esattamente come certi epigoni odierni, non sopportava le domande, i resoconti stenografici e chiunque osasse fare le pulci ai bilanci del governo.

Il fantasma che ancora agita l’aula. Quella sfilza di cifre che fece tremare il Viminale

Il delitto Matteotti non nasce da un’improvvisa esplosione di follia collettiva, ma da un vizio d’origine che in Italia non passa mai di moda: l’allergia alla legalità. Il 30 maggio 1924, il segretario del PSU sale sullo scranno della Camera. Non fa un discorso ideologico, non usa i massimi sistemi. Fa il giornalista, nel senso più nobile e rompiscatole del termine. Snocciola dati. Elenca i brogli elettorali, le violenze delle squadracce, i verbali falsificati, le sezioni dove si è votato sotto la minaccia del moschetto. Mostra le prove di una gigantesca truffa democratica.

Ma c’è di più, ed è la parte che il potere ha sempre cercato di seppellire sotto la polvere della storia. Matteotti aveva scoperto la tangente. Aveva scoperto l’accordo segreto tra il governo fascista e la compagnia petrolifera americana Sinclair Oil, una porcata condita da mazzette che arrivavano dritto al Re e ai vertici del fascismo in cambio del monopolio sulle trivellazioni. Capito il “patriottismo”? Gridavano alla “Patria sovrana” mentre incassavano i dollari sotto banco. Quando Matteotti finisce quel discorso e si siede, dice ai suoi compagni: “Adesso preparate il mio elogio funebre”. Sapeva perfettamente con chi aveva a che fare. Sapeva che quando tocchi il portafoglio del capo, il capo smette di fare la faccia feroce sui balconi e manda i sicari.

La banalità della squadraccia (e i complici della domenica)

L’undici giugno, la macchina del fango e della violenza si mette in moto. La banda Dumini – cinque avanzi di galera promossi a guardie del corpo del regime – lo carica a forza su una Lancia Lambda. Lo accoltellano, lo massacrano, lo seppelliscono in una fossa provvisoria nel bosco della Macchione, a trenta chilometri da Roma, usando una lima da fabbro come vanga.

E qui scatta il capolavoro del “sistema” italiano. Per mesi, Mussolini fa la faccia contrita. Dice che è addolorato, che la giustizia farà il suo corso, che lui non ne sa nulla. Cerca il compromesso con i “moderati”, quelli che allora come oggi popolavano i giornali della borghesia bene, sempre pronti a dire: “Sì, va bene, il fascismo esagera, però ha fatto anche cose buone, i treni arrivano in orario e ristabilisce l’ordine”. Quelli che scambiano il silenzio dei cimiteri per pace sociale. Poi, il 3 gennaio 1925, capita la antifona: vista la viltà delle opposizioni che si erano ritirate sull’Aventino a fare nobili sdegni senza muovere un dito, il Duce va in Aula e dichiara: “Assumo io solo la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto”. Traduzione per i non udenti: L’ho fatto io, e allora? Che cosa volete fare? Nessuno fece nulla. Lì morì l’Italia liberale, sotto i colpi di una spocchia che assomiglia terribilmente a quella di certi ministri odierni che, quando vengono presi con le mani nel sacco, minacciano querele e invocano il complotto dei magistrati.

Il fantasma che ancora agita l’aula. Una lezione che non vogliamo imparare

Ricordare Giacomo Matteotti oggi non significa fare una passeggiata nel museo delle cere. Significa guardarsi allo specchio. Significa capire che l’autocrazia non si presenta quasi mai con gli stivaloni e il teschio sul berretto; si presenta con il volto della normalizzazione, con la riduzione degli spazi di dissenso, con il controllo asfissiante della televisione pubblica, con le riforme costituzionali fatte a colpi di maggioranze risicate per ridurne i poteri di controllo.

Matteotti ci ha lasciato un metodo: il dovere della verifica, il coraggio della parola non negoziabile, l’idea che l’opposizione non si fa chiedendo il permesso o cercando la pacca sulla spalla dall’avversario. Ci ha insegnato che la democrazia non è un pranzo di gala a cui si è invitati per diritto di nascita, ma un esercizio quotidiano di dignità che costa caro. E che l’indifferenza è, ieri come oggi, la migliore amica di ogni regime.

Restiamo umani.