Giudicare o evocare

Mi trovo sempre smarrito, inconsistente, quando sono chiamato a formulare giudizi su qualcosa o qualcuno. Per tanti anni ho creduto intimamente di non essere “tagliato” per leggere e capire in qualche modo la realtà, neanche per un tentativo approssimato.

Quando i grandi mi chiedevano a sera una spiegazione delle cose del giorno restavo in silenzio, guardando qualche fiore più in là. A queste interrogazioni prendevo sempre due.

Sì, ho cercato a volte di rispondere a modo mio, ma non mi facevo capire. Mi rimandavano a settembre, giusto per rifarmi le stesse domande e avere come risposta gli stessi silenzi.

Fu così che iniziai a ripetere la vita, a diventar grande e ripetere gli stessi sentimenti davanti alle cose.

Ancora oggi mi imbarazza enormemente definire, come se pronunciarmi su un uomo consegnasse quest’ultimo a una fissità e una storia irrevocabile, che non ha nulla di vero.

Cosa ne posso sapere delle mille ore che hanno faticato segretamente per aprirgli una ruga intorno alla bocca? E del volti terribili di cui non ha mai parlato io che ne so?

Ora non penso più di essere incapace, mancante. Avevo, e ho, solo un altro modo di stare nel mondo: evocare le cose, suggerirle, lasciarle sospese perché siano libere di dirmi quello che saranno domani.

Ancora oggi le sentenze mi lasciano una strana paura. La gente che dice “Il mondo è così e così” m’inquieta.

Io del mondo non so niente, so solo che finisce pure da qualche parte, contro qualche mare, in un’ultima città abitata da uomini che non lo sanno di essere gli ultimi.

Il mondo non si è fatto più largo perché ho visto paesi e uomini, né le esperienze mi hanno dato il diritto di sapere veramente più cose intorno al senso di tutto.

Nella mia parte più profonda il mondo continua ad essere la piazza che vedevo da piccolo, quando non c’era niente dopo la stazione, solo il vento e un gigantesco pino. Tutte le cose che c’erano da sapere e da vedere erano lì, intere. Ad oggi sono le uniche cose che veramente so.

Carlo Lettera
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Carlo Lettera

Carlo Lettera

Carlo Lettera, professore e scrittore, nasce a Napoli nel 1980. A 15 anni vince il premio internazionale “Nuove Lettere” e pubblica “Undicesimo grado scala Richter” a cura dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Ha curato varie rubriche per la rivista letteraria “Milena Edizioni”. La sua ultima raccolta di liriche dal titolo “A due centimetri” è stata pubblicata nel 2015. Questo la biografia per il mondo, quella manciata di dati che serve ad archiviare un’anima, a tenerla buona in qualche categoria. In realtà non so chi sono, rincorro le linee dell’inchiostro per scoprire se sanno dove sono, in quale nascondiglio. https://www.mondadoristore.it/A-due-centimentri-Carlo-Lettera/eai978886975056/ http://www.rivistamilena.it/2017/05/05/la-fatica-tra-etica-e-illusione/

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