De Gregori e Gaza: lo snobismo intellettuale che scade nella pavidità

Lo snobismo intellettuale di Francesco De Gregori scade proprio nella pavidità, non c’è altro modo per dirlo. A me pare che liquidare come “imbarazzante” l’impegno dei colleghi per Gaza, o per qualunque altra tragedia che consuma il nostro tempo, sia solo un modo maldestro per mascherare la paura di esporsi. “Provo un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo parla di politica o di questioni internazionali”, ha sentenziato il cantautore, aggiungendo persino un velo di sufficienza verso il pubblico: “Si dice che l’artista voglia sensibilizzare. Ma perché? Il loro pubblico non è abbastanza sensibile?”.

In un mondo come quello attuale, con una destra sempre più radicale che avanza, impone narrazioni egemoniche e stringe le maglie del dissenso, decidere di non prendere posizione non è una scelta di superiore neutralità: diventa semplicemente vergognoso. Ridurre il dibattito a un fastidio da palcoscenico significa non accorgersi che, senza il confronto e la polemica anche aspra, l’opinione pubblica si spegne, trasformando la società in una valle di nebbie dove il pensiero critico viene anestetizzato.

C’è stato un tempo in cui l’arte non temeva di sporcarsi le mani

C’è stato un tempo in cui l’arte non temeva di sporcarsi le mani, né di rischiare i propri privilegi in nome di una spinta collettiva. Mi vengono in mente giganti come John Lennon, Joan Baez o lo stesso Bob Dylan dei primi anni sessanta, gente che per le proprie idee ha messo a ferro e fuoco la carriera, la reputazione e la sicurezza personale. Artisti che ci hanno ricordato come l’impegno sia prima di tutto un dovere civile e che, oltre i fatturati e i dischi d’oro, esiste una responsabilità precisa verso la società. Quella stessa responsabilità che ha permesso alla musica d’autore di essere un faro per intere generazioni, e non un semplice sottofondo musicale per serate tranquille.

De Gregori, invece, ha scelto di liquidare la questione trincerandosi dietro una citazione comoda, quasi a volersi ripulire la coscienza con la grande poesia: “Non faccio proclami su Gaza o Israele perché, per dirla con Whitman, io contengo moltitudini, il mio pensiero non è totalitario e non mi sento di dare o prendere lezioni da nessuno”.

Ma a me pare evidente che dietro la dizione riduttiva di “uomo di spettacolo” e dietro questo finto pluralismo poetico ci sia solo la voglia di starsene al calduccio. È il paradosso di un padre nobile della nostra canzone che, arrivato a una certa età, sceglie la retrocessione della civiltà del pensiero pur di non intaccare la propria serenità. Una scelta che riduce il ruolo dell’intellettuale a quello di un semplice intrattenitore, arroccato in una comfort zone dove non si corre il rischio di scontentare nessuno e, soprattutto, non si disturba l’andamento del mercato.